Gratteri, le sette domande che restano fuori dalle interviste
Giardini del Duglia ·

Dottor Gratteri, lei conosce la ’ndrangheta abbastanza da sapere che arrestare i boss non basta. Lo ha spiegato molte volte: la sua forza sta anche nei rapporti con politici, professionisti, imprenditori e faccendieri. È il mondo che lei ha chiamato «massomafia».
Ha diretto la Procura di Catanzaro per sette anni. A giudicare dai risultati ottenuti sul fronte politico, sembra che la «massomafia» si riduca a un solo nome: Giancarlo Pittelli, già indicato nelle inchieste di Luigi De Magistris e unico politico arrivato a una condanna in appello. Altri politici coinvolti sono stati assolti; altri ancora, pur comparendo negli atti, sono rimasti fuori dalle accuse. Il confronto tra chi è stato perseguito e chi è rimasto fuori fa nascere il dubbio che il suo ufficio abbia guardato in un’unica direzione. Il dubbio pesa ancora di più perché, anche dopo la sua partenza, lei continua a parlare in televisione e nei convegni di una «massomafia di serie A» che in Calabria la fa ancora da padrona. Questa differenza nelle scelte del suo ufficio è il punto da cui partono le nostre domande.
1. Dottor Gratteri, la Guardia di Finanza consegnò alla Dda di Catanzaro, allora diretta da lei, diverse informative sulle responsabilità di Mario Occhiuto nell’appalto di piazza Fera, comprese le riprese dell’incontro a Roma fra i fratelli Occhiuto, Giorgio Barbieri e l’ex ministro Corrado Clini. Perché, pur conoscendo quel materiale e avendo già segnalato Vincenzo Luberto alla Procura di Salerno per la sparizione di atti da un’altra inchiesta, lasciò che fosse lui a condurre Lande desolate contro Oliverio senza utilizzare le informative su Occhiuto?
2. Dottor Gratteri, nel 2021 la segnalazione dell’antiriciclaggio relativa a un assegno da 11 mila euro di Paolo Posteraro e a un bonifico da 10 mila euro della Fondazione Patrimonio Artistico Retail, ricevuti da Roberto Occhiuto, arrivò alla Procura di Catanzaro, allora diretta da lei, e fu aperto un fascicolo. In quegli anni il suo aggiunto era Vincenzo Capomolla. Solo quattro anni dopo, il 6 giugno 2025, quando lei e Capomolla avevate lasciato Catanzaro, Occhiuto ricevette l’avviso nell’inchiesta per corruzione sui rapporti con l’ex socio Posteraro, la Tenuta del Castello e gli incarichi alle Ferrovie della Calabria: perché quel fascicolo rimase nel cassetto finché eravate lì?
3. Dottor Gratteri, Renzi la voleva ministro della Giustizia e lei ringraziò pubblicamente Delrio per l’aiuto alla nuova sede della Procura di Catanzaro. È alla luce di questi rapporti che colpisce la sorte di due indagini nelle quali affiorava la politica renziana. Facciolla indagava sugli affari degli iGreco e sui rapporti con i renziani Magorno e Aiello; gli atti inviati dal suo ufficio a Salerno contribuirono al procedimento contro di lui, concluso con un’assoluzione dopo il trasferimento. L’altra vicenda riporta a Delrio e a Reggio Emilia. Quando Nicolino Grande Aracri dichiarò di voler collaborare, la sua Procura lo ritenne inattendibile. Il suo clan era radicato nella Reggio Emilia di cui Delrio era stato sindaco. Il risultato è singolare: chi cercava quei rapporti finì sotto inchiesta, chi avrebbe potuto raccontarne altri fu dichiarato inattendibile. Prima di dichiarare Grande Aracri inattendibile, gli chiedeste che cosa sapeva dei rapporti del clan con la politica a Reggio Emilia?
4. Dottor Gratteri, il 19 ottobre 2020 la Squadra Mobile consegnò al suo aggiunto Vincenzo Capomolla l’informativa Sistema Cosenza. Conteneva anche le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sui rapporti tra clan e politica nelle Comunali del 2011 e del 2016, con i nomi di Mario Occhiuto ed Enzo Paolini. Nelle mani di Capomolla, quell’informativa si trasformò nell’operazione Reset, scattata il 1° settembre 2022: il materiale sui clan fu utilizzato, mentre le dichiarazioni sul voto di scambio a Cosenza rimasero fuori. Dopo piazza Fera e il fascicolo su Roberto Occhiuto, è lecito chiedersi perché la Procura da lei diretta sembri perdere di vista certi atti proprio quando compare il nome di un Occhiuto?
5. Dottor Gratteri, nel 2018 voleva che le intercettazioni delle Procure del Sud confluissero in un server nella Procura di Catanzaro, diretta da lei. Facciolla sollevò il problema della responsabilità su quei dati; la telefonata in cui chiese chiarimenti finì negli atti inviati dal suo ufficio a Salerno contro di lui. Non ha mai spiegato quale vantaggio avrebbe portato alla giustizia concentrare nel suo ufficio i dati delle indagini altrui. Oggi lei richiama il pericolo degli hacker: una violazione di quel server avrebbe potuto esporre, in un colpo solo, le intercettazioni delle Procure del Sud. Perché quei rischi non valevano quando il server lo voleva a Catanzaro?
6. Dottor Gratteri, lei ripete che la ’ndrangheta compra pezzi di televisioni e giornali per influenzare l’opinione pubblica. A proposito del suo rapporto con i media e i giornalisti, ricordando Paolo Pollichieni, direttore del Corriere della Calabria, lei disse che quando vi vedevate «ci raccontavamo tutto». Dalle intercettazioni emerge che Domenico Maduli, editore di LaC, parlava di affari e della candidatura di Pietro Giamborino con Mario Lo Riggio, imprenditore imputato in Rinascita Scott. Gli investigatori descrivevano Maduli come «vicino» alla cosca Mancuso, pur senza indagarlo; lei è stato più volte ospite della sua emittente. Che cosa comprendeva quel «tutto» e, quando entra in uno studio televisivo, come fa a essere sicuro che non sia proprio uno di quelli di cui mette in guardia il pubblico?
7. Dottor Gratteri, nei convegni, nei libri e nei talk show racconta le battaglie contro la ’ndrangheta che le hanno procurato tanti applausi. Ha mai raccontato a quel pubblico, con la stessa chiarezza, una scelta fatta a Catanzaro che oggi considera un suo errore?
