Nessuno l'ha mai chiestoIl fascino del denaro e la libertà di stampa che non esiste
Giardini del Duglia ·

La libertà di stampa è una bellissima espressione. Sta bene nei convegni, nei discorsi ufficiali, nelle celebrazioni della democrazia. Il problema comincia quando bisogna pagare gli stipendi, le bollette, la tipografia e tutto quello che serve per tenere in piedi un giornale. Perché la libertà è un principio, ma il denaro è una necessità. E quando manca il secondo, anche il primo comincia a vacillare.
I giornali di carta perdono lettori da anni. Le edicole chiudono, le copie vendute diminuiscono e le redazioni si svuotano. Sul web non va molto meglio dal punto di vista economico. I lettori ci sono, ma sono abituati a leggere gratuitamente. Un articolo può raggiungere migliaia di persone e produrre ricavi insufficienti persino a pagare chi lo ha scritto.
In compenso, tutti pretendono informazione di qualità, giornalisti indipendenti, inchieste coraggiose e notizie verificate. Possibilmente senza spendere un centesimo.
E allora come si campa?
È la domanda che attraversa oggi il mondo dell'informazione, dalle grandi testate nazionali ai piccoli giornali di provincia. Perché dietro ogni articolo c'è qualcuno che deve arrivare alla fine del mese. E dietro ogni editore c'è un bilancio che deve tornare.
Il denaro, naturalmente, ha sempre esercitato un certo fascino sui giornalisti. Ma sarebbe troppo facile liquidare tutto come una questione di avidità. Il problema è più profondo: quando un giornale non riesce a mantenersi con i propri lettori, deve trovare qualcuno disposto a mantenerlo. E chi mette i soldi, prima o poi, può essere tentato di chiedere qualcosa in cambio.
La pubblicità è indispensabile per moltissime testate e non costituisce di per sé un problema. Lo diventa quando l'inserzionista pretende di trasformare il proprio investimento in un'assicurazione contro le notizie sgradite.
Non serve neppure una telefonata esplicita. A volte basta sapere che un determinato articolo potrebbe far perdere un contratto pubblicitario, compromettere un rapporto con un imprenditore o irritare un politico che garantisce finanziamenti e relazioni.
Così una notizia viene rimandata. Un titolo diventa più morbido. Un nome scompare. Un'inchiesta resta nel cassetto. E magari nessuno ha ordinato niente: la censura più efficace è quella che un giornale finisce per praticare da solo, per paura di perdere ciò che gli consente di sopravvivere.
L'inchiesta della Procura di Napoli sui rapporti tra il gruppo UniPegaso-Multiversity e alcuni dei maggiori gruppi editoriali italiani riporta questa contraddizione al centro della discussione. I magistrati ipotizzano che gli investimenti pubblicitari siano stati utilizzati per condizionare, attenuare o ritardare la pubblicazione di notizie scomode. Sarà l'indagine a stabilire se vi siano state responsabilità penali. Ma il meccanismo economico sul quale si indaga merita una riflessione che va ben oltre le persone coinvolte.
Perché il problema non riguarda soltanto i grandi editori.
Nei territori più piccoli, dove politica, imprese, banche, pubblicità e informazione spesso si conoscono benissimo, i rapporti possono diventare ancora più stretti. Un amministratore pubblico può essere contemporaneamente una fonte di notizie e un interlocutore decisivo per la sopravvivenza economica di una testata. Un imprenditore può comprare pagine pubblicitarie e aspettarsi, in cambio, un trattamento particolarmente benevolo.
E il giornalista, magari pagato pochi euro ad articolo, si trova a dover scegliere tra ciò che dovrebbe raccontare e ciò che gli conviene non raccontare.
Non tutti accettano il compromesso. Ma il sistema premia spesso chi sa convivere con il compromesso meglio di chi lo rifiuta.
C'è poi un'altra ipocrisia. I giornalisti vengono accusati di essere servi del potere, ma quando cercano di vivere esclusivamente del proprio lavoro scoprono che l'indipendenza costa. Costa perdere un inserzionista, rinunciare a un finanziamento, pubblicare una notizia che può chiudere molte porte. Costa anche difendersi dalle querele, sostenere spese legali e affrontare anni di procedimenti giudiziari.
Ecco perché, pur di sopravvivere, qualcuno finisce per fare accordi anche con il diavolo. Il guaio è che il diavolo non paga mai senza presentare il conto.
La stampa totalmente libera non esiste. Esiste una stampa più libera e una meno libera. Esistono giornalisti che resistono alle pressioni ed editori che accettano di perdere denaro pur di pubblicare una notizia. Ma nessuno lavora fuori dai rapporti economici, dalle necessità materiali e dai condizionamenti che attraversano la società.
La vera differenza sta nella capacità di riconoscere quei condizionamenti e di opporvisi, anche quando costa.
E forse dovremmo smetterla di misurare la libertà di un giornale soltanto dalle notizie che pubblica. Per capire quanto sia libero bisognerebbe conoscere anche quelle che decide di non pubblicare. E soprattutto perché.
Perché il denaro può comprare molte cose. Persino il silenzio.
E nel giornalismo, qualche volta, il silenzio vale molto più di una prima pagina.
Articoli correlati
Nessuno l'ha mai chiesto
Nessuno l'ha mai chiestoA Cosenza c’è una nuova categoria: i “vavusi da tastiera”
Nessuno l'ha mai chiestoSan Giovanni in Fiore, la Dda entra in Comune: cosa cercano gli investigatori nel Palazzo?
Acquisiti documenti negli uffici comunali. Riflettori accesi sulla gestione amministrativa degli ultimi anni
