Nera su biancoCalabria, allerta meteo arancione per sabato 10 ottobre: scuole chiuse in diversi comuni
Sabato 10 ottobre attesi temporali e forti raffiche di vento. Il rischio maggiore sul versante tirrenico, mentre i sindaci cominciano a…
Giardini del Duglia ·

Sappiamo che Vincenzo Capomolla non è stato bene e gli rivolgiamo i nostri sinceri auguri di pronta guarigione. Perché un conto è la critica, anche durissima, al suo operato di magistrato, un altro è il piano umano, sul quale il rispetto viene prima di qualsiasi divergenza.
A Cosenza la giustizia è come una cipolla: ha molti strati, uno sopra l'altro. Ogni strato racconta una stagione della Procura, un procuratore, le sue inchieste e i suoi rapporti con il potere. E più si cerca di arrivare al cuore, più vengono fuori vicende che nessuno è riuscito a chiarire fino in fondo.
Non per niente la Procura la chiamano «Porto delle Nebbie». Non perché lì dentro nessuno sappia vedere. Quando una persona dà fastidio a chi comanda, la vista torna ottima: si trovano fascicoli, ipotesi di reato, energie e uomini per portare avanti un'inchiesta. È quando le carte conducono verso i rapporti tra clan, politica e affari che la nebbia diventa fitta.
I cosentini conoscono questa storia. Hanno visto cambiare procuratori, sindaci e boss senza vedere spezzarsi il rapporto tra malaffare e potere. Per questo i nomi di Saverio Cavalcanti, Oreste Nicastro, Alfredo Serafini, Dario Granieri e Mario Spagnuolo non raccontano soltanto chi si è seduto, un turno dopo l'altro, sulla poltrona più importante della Procura. Raccontano la continuità di un ufficio che ha saputo scegliere dove usare la propria forza.
Con Nicastro la contiguità con i boss arrivava alle bicchierate. Sotto Serafini la Procura fu pronta a procedere contro chi dava fastidio a poteri e interessi della città: i No Global, Fabio Gallo e Padre Fedele. Quelle inchieste finirono con assoluzioni. Negli anni di Granieri, quando i collaboratori parlarono dei rapporti tra clan ed elezioni comunali, la stessa prontezza non portò a un'inchiesta sui politici indicati. Cambiano i casi, ma la direzione resta riconoscibile: chi disturba il potere incontra la Procura; chi compare nelle carte accanto ai clan può restarne fuori.
Con Spagnuolo questa direzione diventa ancora più evidente. Nell'operazione Garden la gestione dei pentiti lasciò senza risposta parti decisive del loro racconto; un'ispezione ministeriale del 2005 criticò duramente il suo intervento in un processo seguito anche dalla Dda. Eppure arrivò a dirigere la Procura.
Durante il suo mandato, mentre il suo ufficio conduceva l'inchiesta sulla bancarotta Ofin, il pm Giuseppe Cozzolino fu fotografato a cena con Carmine Potestio, coinvolto in quell'indagine insieme a Mario Occhiuto e alla sorella Annunziata. E quando Marco Petrini raccontò a verbale la riunione in cui aderì a una loggia segreta, nello studio dell'avvocato Giancarlo Pittelli, indicò tra i presenti anche Spagnuolo. Pentiti, rapporti con la politica, frequentazioni nell'ufficio e appartenenze riservate: con lui gli strati della cipolla si toccano.
L'ultimo strato porta il nome di Vincenzo Capomolla. A Cosenza lo chiamano «Cipollino». E il soprannome, in una città dove la giustizia ha accumulato tanti strati senza riuscire a sciogliere i nodi più ingombranti, sembra fatto apposta per lui.
Per capire chi raccoglie l'eredità del Porto delle Nebbie bisogna tornare a Catanzaro, dove Capomolla aveva costruito una lunga carriera fino a diventare procuratore aggiunto e reggente della Dda.
Nel suo percorso giudiziario ricorre una circostanza singolare: alcune delle inchieste più delicate, quelle capaci di investire magistrati, politici e uomini di potere, sono passate anche dalle sue mani, per poi conoscere sviluppi ben diversi da quelli inizialmente prospettati.
È il caso di Toghe Lucane. L'indagine fu sottratta a Eugenio Facciolla e affidata a Capomolla, che successivamente chiese e ottenne l'archiviazione per i magistrati e i politici coinvolti. Un'inchiesta che aveva investito ambienti delicatissimi del potere giudiziario e politico si concluse così senza arrivare al processo per quelle posizioni.
Un altro strato è quello di Sistema Cosenza. Il fascicolo passa attraverso Pierpaolo Bruni, Nicola Gratteri e Camillo Falvo, prima di arrivare a Vincenzo Capomolla. Al suo interno ci sono migliaia di pagine di informative, fotografie e dichiarazioni di collaboratori di giustizia sui rapporti tra clan, affari ed elezioni comunali.
Nell'informativa del procedimento 3804/17 R.G.N.R., gli investigatori ricostruiscono anche il presunto sostegno delle cosche ai candidati nelle elezioni comunali del 2006, 2011 e 2016. Alle pagine 54 e 55 del primo volume compaiono, tra gli altri, Mario Occhiuto ed Enzo Paolini. Nomi, circostanze e dichiarazioni raccolte dalla polizia giudiziaria che indicano una precisa direzione investigativa.
Ma quando il fascicolo arriva nelle mani di Capomolla, quella parte dell'inchiesta non trova spazio nelle contestazioni di Reset. Nell'operazione finiscono boss, affiliati e spacciatori; i politici indicati dai collaboratori per i loro presunti rapporti con le cosche restano fuori. La criminalità organizzata viene portata davanti ai giudici, mentre il capitolo dei suoi possibili interlocutori politici scompare dalle accuse.
E non è l'unica vicenda nella quale Capomolla si trova davanti a dichiarazioni che chiamano in causa i rapporti tra criminalità e istituzioni. C'è anche quella di Giuseppe Mazzuca, presidente del Consiglio comunale di Cosenza.
Davanti all'allora dirigente della Squadra Mobile Gabriele Presti, Mazzuca raccontò di essere stato invitato, in almeno tre occasioni, a incontrare il reggente dei clan cosentini in alcuni bar della città. Le sue dichiarazioni furono verbalizzate, videoregistrate dalla polizia scientifica e trasmesse alla Dda di Catanzaro, finendo sulla scrivania di Capomolla.
Anche in questo caso non sono emersi sviluppi giudiziari pubblicamente conosciuti direttamente riconducibili a quella testimonianza. Una vicenda che portava il problema dei rapporti con la criminalità organizzata fin dentro Palazzo dei Bruzi e che avrebbe richiesto risposte precise.
Tre vicende diverse, tre strati della stessa storia. E una domanda che diventa sempre più ingombrante: perché quando le indagini arrivano a sfiorare i rapporti tra criminalità e potere politico, le risposte giudiziarie sembrano fermarsi prima di raggiungere il cuore della questione?
Perché i clan non vivono soltanto di estorsioni, droga e intimidazioni. Cercano relazioni, protezioni, accesso al denaro pubblico e capacità di condizionare le decisioni amministrative. Arrestare boss e gregari senza chiarire i rapporti con chi esercita il potere significa lasciare aperto uno dei capitoli più importanti della lotta alla criminalità organizzata.
È questa continuità il punto. Capomolla arriva alla guida della Procura di Cosenza nel 2025 dopo aver avuto tra le mani alcune delle carte più delicate sui rapporti tra ’ndrangheta e politica. Non rappresenta una rottura con il passato, ma la prosecuzione di una prassi che attraversa da decenni il Porto delle Nebbie: colpire i clan senza arrivare fino ai loro possibili referenti politici. Una prassi che, nei fatti, ha finito per lasciare i potenti al riparo dalle conseguenze giudiziarie di quelle inchieste.
Da Cavalcanti a Nicastro, da Serafini a Granieri, da Spagnuolo a Capomolla, i procuratori sono passati. Le amministrazioni comunali sono cambiate, le cosche hanno subito arresti e condanne, gli equilibri criminali si sono modificati. Ma il nodo dei rapporti tra mafia e potere politico resta ancora da sciogliere.
A Cosenza la giustizia ha molti strati, come la cipolla. Ogni procuratore ne ha aggiunto uno. E a sfogliarla, e a piangere, restano sempre i cosentini.
Nera su biancoSabato 10 ottobre attesi temporali e forti raffiche di vento. Il rischio maggiore sul versante tirrenico, mentre i sindaci cominciano a…
Nera su biancoDopo San Giovanni in Fiore, la Dda arriva anche alla Provincia di Cosenza. Appalti, affidamenti e incarichi sotto la lente negli anni della…
Nera su biancoLa sentenza riguarda l’irruzione nella sede nazionale del sindacato durante la manifestazione No Green Pass del 9 ottobre 2021